Fairplay, il gigante buono: la storia speciale del campione italiano dei sei anni e di Michele Toldo
Ci sono vittorie che meritano di essere raccontate andando oltre il risultato sportivo. Dietro ogni binomio si nasconde infatti una storia fatta di incontri, scelte, pazienza e, talvolta, anche di coincidenze che sembrano scritte dal destino.
È proprio questo il caso di Michele Toldo e Fairplay, freschi vincitori del Campionato Italiano Giovani Cavalli riservato ai sei anni, disputato presso le Scuderie della Malaspina di Ornago.
Quando, al termine della manifestazione, abbiamo chiesto ai vincitori delle diverse categorie di condividere con noi un commento sulla propria esperienza, Michele ci ha inviato qualcosa che andava ben oltre le consuete dichiarazioni post-gara.
Un racconto sincero, ricco di aneddoti e di emozioni, che ripercorre la ricerca del cavallo giusto, il loro primo incontro in una fredda sera di marzo in Germania e la costruzione di un rapporto speciale con un giovane Hannover dalle dimensioni imponenti, ma dal carattere sorprendentemente dolce.
In occasione del nostro articolo dedicato ai Campionati Italiani avevamo pubblicato soltanto un breve estratto delle sue parole. Rileggendo però il racconto nella sua interezza, abbiamo pensato che meritasse uno spazio tutto suo.
Lasciamo quindi la parola a Michele Toldo, che ci accompagna alla scoperta di Fairplay, o semplicemente “Ferpy”, come tutti ormai lo chiamano.
Fairplay, il gigante buono
Il racconto di Michele Toldo
Tra il 2023 e l’inizio del 2024, insieme a mia moglie Tatiana abbiamo percorso migliaia di chilometri in auto e in aereo attraverso l’Europa alla ricerca di un giovane cavallo da affiancare a Santiago, il nostro compagno di Gran Premio da quasi dieci anni, ormai vicino alla pensione.
Italia, Baviera, Austria, Olanda… niente. Poi, durante quello che avevo deciso sarebbe stato l’ultimo tentativo, Fabian, del servizio vendite dell’Hannover, ci segnalò un quattro anni. Era completamente fuori dal nostro percorso, ma quella fredda sera di marzo decidemmo che valeva la pena fare ancora qualche ora di strada.
Arrivammo in un piccolo maneggio sperduto nella campagna. Il cavallo era appena stato scaricato dal rimorchio perché l’allevatore non aveva spazio per provarlo. Lo guardai e fu amore a prima vista. La notte decidemmo: era lui.
Il giorno dopo tornai comunque a rivederlo. Non potevamo montarlo: lo vedemmo soltanto trottare a mano su una stradina sterrata. Persi anche l’aereo, ma ero felicissimo.
Era un enorme puledro sauro di quasi 180 cm, ancora senza nome. In Germania il nome viene assegnato quando il cavallo viene registrato per l’attività sportiva. Tatiana cominciò quindi a cercarne uno che iniziasse con F. Poi Lena, la ragazza che lo aveva domato, ci mandò una fotografia: quel gigante stava appoggiando la testa accanto al figlio di lei, ancora nel passeggino. Non ci furono più dubbi: Fairplay.
Quando arrivò da noi scoprimmo subito alcune sue caratteristiche. Per esempio, viaggiare rivolto all’indietro non era assolutamente di suo gradimento: nel van sembrava deciso a demolire tutto. A casa, invece, era dolcissimo. Ci vollero un paio di mesi per abituarlo ai rumori, al cibo e alla nuova vita.
Poi cominciò lentamente la costruzione del nostro binomio. Fairplay, che ormai per tutti è semplicemente Ferpy, è molto people-oriented, ha grandi andature, equilibrio e una sensibilità notevole. E, nonostante la mole, un’agilità sorprendente.
Non avevamo fretta. Passeggiate, paddock, lavoro in maneggio. Cresceva… e cresceva ancora. Nel suo quinto anno abbiamo quindi rallentato ulteriormente, lasciandogli parecchio tempo e spazio per maturare.
Quando finalmente la crescita sembrò terminata, abbiamo potuto lavorare con maggiore continuità. E lì sono cominciate anche le sue piccole “pretese”.
La porta del box? Mai completamente chiusa. Ferpy deve poter mettere fuori testa, collo e possibilmente anche parte delle spalle per salutare tutti: cavalli, persone e cani.
Il fieno? Nel box non va bene. Come potrebbe guardare fuori? Quindi lo sposta metodicamente oltre la porta.
La ciotola del pastone, dopo essere stata accuratamente ripulita, viene invece espulsa dal box. Un messaggio abbastanza chiaro: “Pulire e riempire.”
E poi c’è il momento del mangime. Lì compare per qualche secondo una specie di Mr Hyde: orecchie indietro e sguardo minaccioso. Ma basta avvicinarsi perché torni immediatamente il gigante buono. Del resto, una carezza vale pur sempre una boccata di avena.
Tra le sue poche vere paure c’è invece l’acqua per terra. Una pozzanghera può essere un dramma; un idrante, una botte per irrigazione, un trattore o un cane che abbaia non sembrano invece meritare particolare attenzione. Alla Malaspina, con tanta acqua utilizzata per tenere in ordine campi e stradine, abbiamo avuto modo di lavorarci parecchio. E pare che, alla fine, anche questa paura sia stata quasi vinta.
Così siamo arrivati al Campionato Italiano dei sei anni.
Non volevo “spingere” la gara. Per me una competizione per un cavallo giovane deve prima di tutto essere un’esperienza positiva: tanti cavalli, rumori, colori, campi diversi, pubblico, premiazioni. La classifica viene dopo. Un giovane deve imparare che in gara non sta succedendo niente di strano.
E Ferpy è stato fantastico.
In campo prova era persino più concentrato e disponibile che a casa. In gara ho sentito soltanto una lieve tensione nella schiena. Il secondo giorno era già molto più rilassato: nei cambi di galoppo, la sua specialità, quasi non riuscivo a stargli seduto sopra!
Durante le premiazioni guardava tutto con curiosità, tranquillo e pronto a ripartire, leggero agli aiuti come quella prima sera, in una freddissima scuderia tedesca, quando lo avevo montato per la prima volta.
Qualche tempo dopo, il mediatore mi ha confessato una cosa che mi ha fatto sorridere. Quando ci avevano visto insieme erano un po’ preoccupati: un cavallo così giovane e così grande sarebbe potuto andare bene per un cavaliere così piccolo… italiano… e per di più non proprio giovanissimo?
A quanto pare, Fairplay aveva già deciso di giocare secondo le sue regole.
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