DLV Dressage Stable: dalla Calabria un progetto allevatoriale che guarda al futuro del dressage
Costruire qualcosa proprio dove ancora c’è spazio per farlo crescere. È da questa scelta, tutt’altro che scontata, che prende forma il progetto di Vincenzo De Leo, allevatore e cavaliere che ha deciso di investire nella sua Calabria dando vita a una realtà interamente orientata alla selezione e alla formazione del cavallo da dressage.
Un percorso nato da una passione familiare per i cavalli, cresciuto attraverso esperienze maturate anche lontano da casa e diventato, con il tempo, un progetto allevatoriale ben preciso. Con DLV Dressage Stable, De Leo guarda alle migliori genetiche europee – dal KWPN all’Oldenburg fino all’Hannover – senza però limitare la propria idea di selezione al pedigree: al centro rimangono l’equilibrio, la qualità del movimento, la disponibilità al lavoro e, soprattutto, il carattere.
Dietro c’è anche una sfida territoriale importante. Fare dressage e allevare cavalli destinati a questa disciplina nel Sud Italia significa confrontarsi con distanze, trasferte e una rete di servizi specializzati inevitabilmente meno capillare rispetto ad altre zone d’Italia e d’Europa. De Leo ha però scelto consapevolmente di restare e di provare a costruire proprio lì una realtà che guarda oltre i confini regionali.
L’obiettivo finale è ambizioso e va oltre la speranza di vedere un singolo prodotto raggiungere un giorno il grande sport internazionale: creare nel tempo una linea di sangue DLV riconoscibile, capace di trasmettere generazione dopo generazione le caratteristiche ricercate attraverso la selezione.
Abbiamo quindi chiesto a Vincenzo De Leo di raccontarci da dove nasce questa idea, come vengono scelti e cresciuti i suoi giovani cavalli e quale futuro immagina per un progetto allevatoriale che, dalla Calabria, vuole provare a ritagliarsi il proprio spazio nel mondo del dressage.

1. Vincenzo, partiamo dall’inizio: come nasce la sua passione per i cavalli e qual è stato il percorso che l’ha portata ad avvicinarsi in particolare al dressage?
È difficile individuare un vero inizio, perché i cavalli hanno sempre fatto parte della mia famiglia. Andava a cavallo mio nonno, così come mio padre, anche se nessuno dei due ha mai intrapreso un percorso sportivo e agonistico: ciò che ci ha accomunati è sempre stata, semplicemente, la passione per questo animale.
Anch’io ho iniziato in maniera amatoriale, poi, con il tempo, quella passione ha cominciato a prendere una forma più precisa. Ho trascorso alcuni mesi in Spagna, dove ho avuto la possibilità di lavorare con grandi maestri della monta spagnola: un’esperienza che ha inciso profondamente sulla mia formazione. Tornato in Italia,montavo a Milano,ho iniziato il mio percorso agonistico avvicinandomi sempre di più al dressage, parallelamente al lavoro di doma e formazione dei giovani cavalli.
In realtà credo che sia stato proprio quest’ultimo aspetto a portarmi naturalmente verso questa disciplina. Il lavoro in piano, la ricerca dell’equilibrio, della sensibilità e della corretta comunicazione con il cavallo sono alla base sia della doma sia del dressage. A un certo punto ho capito che le due strade, più che incontrarsi, erano sempre state la stessa strada.
In realtà credo che sia stato proprio quest’ultimo aspetto a portarmi naturalmente verso questa disciplina. Il lavoro in piano, la ricerca dell’equilibrio, della sensibilità e della corretta comunicazione con il cavallo sono alla base sia della doma sia del dressage. A un certo punto ho capito che le due strade, più che incontrarsi, erano sempre state la stessa strada.

2. Avviare un progetto di questo tipo in Calabria rappresenta sicuramente una scelta importante. Quanto ha pesato la volontà di creare nel Sud Italia una realtà specializzata in una disciplina e in un tipo di allevamento ancora poco diffusi sul territorio?
Partiamo da un dato: il dressage, se confrontato con il salto ostacoli, è ancora una disciplina relativamente poco praticata in tutta Italia. In Calabria, inevitabilmente, le difficoltà aumentano.
La decisione di restare qui è stata quindi molto ragionata. Ho viaggiato e lavorato fuori e, probabilmente, la scelta più semplice sarebbe stata quella di non tornare. Restare significa affrontare ogni giorno qualche difficoltà in più: le sellerie specializzate e le cliniche veterinarie sono poche, così come i maniscalchi con determinate competenze; le gare richiedono trasferte importanti e anche il mercato dei potenziali acquirenti è prevalentemente lontano.
Eppure ho scelto di farlo qui, perché credo che abbia un valore diverso costruire qualcosa dove ancora non c’è, o dove c’è molto spazio per crescere. Negli ultimi anni, inoltre, qualcosa sta cambiando: anche la Federazione, riconoscendo il lavoro e l’impegno mio e degli altri professionisti presenti sul territorio, ha incrementato il numero delle competizioni, comprese quelle promozionali. È un percorso ancora lungo, ma oggi iniziamo a raccogliere i primi segnali concreti di crescita.
3. Nel suo allevamento troviamo genetiche provenienti da studbook di riferimento come KWPN, Oldenburg e Hannover. Quali caratteristiche cerca principalmente quando sceglie una linea di sangue o un soggetto da inserire nel suo programma allevatoriale? Se dovesse descrivere il suo “cavallo ideale” da dressage, quali caratteristiche dovrebbe possedere?
Se dovessi scegliere una sola parola, direi equilibrio. Equilibrio morfologico, certamente, ma soprattutto equilibrio mentale. Per me le due cose devono andare insieme.
La genetica è fondamentale e studbook come KWPN, Oldenburg e Hannover rappresentano riferimenti straordinari, ma non credo che il cavallo ideale possa essere ridotto a un pedigree o alla somma di determinate caratteristiche fisiche. Mi interessa il soggetto nella sua completezza: la qualità del movimento, la naturale capacità di trovare il proprio equilibrio, la disponibilità al lavoro, il carattere e quella presenza che, a volte, si riesce a intuire già in un puledro molto giovane.
Forse è proprio questa la parte che mi affascina di più: scegliere un giovane cavallo intravedendo ciò che potrebbe diventare e poi accompagnarlo nella sua crescita, senza forzarlo dentro un modello prestabilito. Cerco piccoli segnali nel movimento, nell’atteggiamento e nel modo in cui si rapporta a ciò che lo circonda, e da lì provo a costruire.
Per questo non credo esista un cavallo ideale in senso assoluto. Esiste il cavallo nel quale riesco a vedere un potenziale e un equilibrio da sviluppare. Poi, se proprio vogliamo concederci una preferenza puramente estetica, ho un debole per le teste piccole, espressive e ben proporzionate. Ma quella, lo ammetto, è una questione di gusto.

4. Parte del suo percorso nasce anche dai rapporti con Germania e Olanda. Come avviene concretamente la ricerca dei soggetti e delle genetiche all’estero? Quanto è importante vedere personalmente le fattrici e i relativi puledri prima di compiere una scelta?
Ogni obiettivo ha bisogno di un percorso e credo che ogni buon percorso sia fatto, prima di tutto, di buoni rapporti.Negli anni ho costruito relazioni con allevatori e professionisti in Germania,Olanda e soprattutto nel Nord Italia, figure che oggi rappresentano per me un riferimento importante nella ricerca di soggetti e genetiche interessanti.
La selezione parte sempre da elementi oggettivi: studio della genealogia, morfologia, appiombi, qualità del movimento e, naturalmente, controlli veterinari approfonditi. Poi, però, entra inevitabilmente in gioco qualcosa di meno misurabile: l’intuito, la sensazione che un determinato soggetto possa avere qualcosa in più.
Quando si scelgono puledri molto giovani e ancora non domati, questa capacità di osservazione diventa ancora più importante. Vederli personalmente è certamente utile, ma non direi che sia sempre determinante. Oggi il mondo dell’allevamento e del commercio internazionale è cambiato moltissimo: grandi cavalieri e allevatori acquistano alle aste online cavalli di grande valore basandosi su video accurati, pedigree, informazioni sul soggetto e referti veterinari completi.
Alla fine credo che la vera differenza la faccia l’esperienza: i dati servono a capire cosa hai davanti, l’occhio e l’intuito servono a immaginare cosa potrebbe diventare.
5. Come vengono cresciuti i puledri nella vostra struttura? Qual è la sua filosofia nei primi anni di vita, dalla gestione quotidiana fino al momento della doma e dell’avviamento al lavoro?
Abbiamo sia puledri nati nel nostro allevamento sia soggetti acquistati all’estero, ma la filosofia con cui vengono cresciuti è la stessa: rispettare i tempi del cavallo.
Fin dai primi mesi cerchiamo di abituarli gradualmente al contatto con l’uomo e a tutto ciò che farà parte della loro normale gestione. Vengono maneggiati, abituati alla capezza appena l’età lo consente e imparano progressivamente a conoscere gli spazi, il box, il paddock e le piccole routine quotidiane. L’obiettivo non è anticipare i tempi, ma fare in modo che ogni nuova esperienza venga vissuta con naturalezza.
Intorno ai tre anni iniziamo generalmente la doma e il primo lavoro montato. Da quel momento, però, non esiste più un calendario uguale per tutti. Ogni cavallo ha una propria maturità fisica e mentale, un carattere e dei tempi di apprendimento che vanno compresi e rispettati.
È qui che, secondo me, comincia davvero il lavoro del cavaliere: bisogna conoscere il cavallo che si ha davanti ed essere capaci di adattare metodo, richieste e tempi al singolo soggetto. Non credo nella doma come nell’applicazione di uno schema prestabilito.
È il cavaliere che deve trovare la chiave per entrare nel mondo del cavallo, non il cavallo che deve adattarsi al mondo del cavaliere. Se pretendiamo il contrario, abbiamo già perso in partenza.
6. Il progetto DLV Dressage Stable è legato anche al Centro Ippico Yeguada De Leo. Come convivono e si completano l’attività allevatoriale e quella del centro ippico? L’obiettivo è creare in futuro una filiera completa, dalla nascita del puledro fino alla formazione del cavallo sportivo?
Il Centro Ippico Yeguada De Leo e DLV Dressage Stable sono due progetti distinti, con finalità e percorsi differenti, ma che ormai viaggiano naturalmente in parallelo. Condividono la stessa struttura e inevitabilmente dialogano tra loro, pur mantenendo ciascuno una propria identità e una gestione separata.
DLV nasce con un obiettivo molto preciso: selezionare, allevare e formare cavalli destinati allo sport. E in qualche modo quella “filiera” di cui parliamo esiste già: alcuni cavalli che ho scelto, domato e avviato personalmente alla carriera agonistica oggi sono di proprietà di mie allieve e continuano il loro percorso sportivo all’interno della nostra realtà.
È una cosa che mi dà molta soddisfazione, perché significa poter seguire un cavallo attraverso fasi completamente diverse della sua crescita: dalla selezione e, per quelli nati da noi, dalla nascita, fino alla doma, alla formazione e all’incontro con il cavaliere con cui proseguirà il proprio percorso.
Le due realtà, però, devono rimanere distinte. Condividere un luogo non significa necessariamente condividere gli stessi obiettivi: il centro ippico ha una propria attività, mentre DLV segue un progetto allevatoriale e sportivo specifico. È proprio questa distinzione, secondo me, a permettere a entrambe di crescere nella direzione giusta.
7. C’è il sogno di vedere un giorno un cavallo nato nel vostro allevamento arrivare nel grande sport internazionale? Quale sarebbe, per lei, il traguardo che rappresenterebbe davvero la realizzazione di questo progetto?
Il sogno naturalmente c’è. Vedere un cavallo nato, cresciuto e formato attraverso il nostro progetto arrivare un giorno nel grande sport internazionale sarebbe una soddisfazione enorme. Sarebbe anche un riconoscimento molto concreto del lavoro fatto, delle scelte compiute e dei sacrifici che un progetto di questo tipo inevitabilmente richiede.
Ma se penso al traguardo più importante, forse vado ancora oltre il risultato del singolo cavallo. La vera ambizione è riuscire, nel tempo, a costruire una nostra linea di sangue valida, riconoscibile e capace di trasmettere determinate qualità generazione dopo generazione ovvero il marchio “DLV”
Un grande cavallo può nascere anche dall’incontro fortunato di molti fattori. Costruire una linea allevatoriale significa invece dare continuità a un’idea precisa di cavallo e riuscire a ritrovarla nei soggetti che nasceranno negli anni.
Se un domani, guardando un cavallo in rettangolo, qualcuno potesse riconoscere nel suo equilibrio, nel movimento, nel carattere o nella qualità del lavoro qualcosa della nostra selezione, credo che quello sarebbe il risultato più bello. Non soltanto aver allevato un campione, ma aver costruito un’identità.
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